festa della Repubblica al femminile: l' epopea di Grazia Deledda.


Nata a Nuoro da una famiglia benestante nel 1871, Grazia Deledda è l'unica donna italiana ad aver vinto, nel 1926, un premio Nobel: quello per la letteratura. La sua parabola biografica, per il tempo e lo spazio in cui si svolse, fu un'epopea dedicata alla letteratura in una terra magica quanto arcaica come la Sardegna in un periodo storico in cui dalle donne, anche se benestanti, ci si aspettava altro. Eppure, a 100 anni dall'assegnazione del Nobel la sua vita e le sue opere sono poche note al grande pubblico ed anche nelle storie della letteratura per le scuole superiori le pagine a lei dedicate sono marginali e per lo più indirizzate ad inserirle negli stretti confini del Verissimo folklorico quando, invece, nelle sue pagine è possibile riconoscere gli influssi del Romanticismo e del Decadentismo con degli interessanti rimandi alla letteratura russa, particolarmente alle pagine di Tolstoj e Dostoevskij. Ricordare la sua biografia e le sue pagine ha un particolare significato in questi giorni in cui si ricordano gli ottant'anni della Repubblica italiana e del suffragio universale considerando che nel 1909 la scrittrice nuorese è stata, provavoraramente, candidata nel proprio collegio per le Elezioni parlamentari.Dalle sue confidenzze letterarie, raccolte nel romanzo biografico Cosma edito postumo aprendiamo che "aveva ereditato dal padre e dagli avi paterni, quasi tutti agricoltori e pastori, quindi patriarcalmente unici alla terra e alla natura, un fondo di bontà, d'intelligenza, di filosofia, e sentiva profonda la gioia di vivere (...) era, sebbene gracile e magra, sana e relativamente agile e forte. Piccola di statura, con la testa piuttosto grossa, mani e piedi minuscoli, con tutte le caratteristiche fisiche sedentarie delle donne della sua razza, forse d'origine libica, con lo stesso profilo un po' camuso, i denti selvaggi e il labbro superiore molto allungato; aveva però una carnagione chiara e vellutata, bellissimi capelli neri lievemente ondulati e gli occhi grandi, a mandorla, di un nero dorato e a volte verdognolo, con la grande pupilla appunto delle donne di razza camitica, che un poeta latino chiamò doppia pupilla, di un fascino passionale, irresistibile". Un'importante testimonianza sulla formazione deleddiana è l'epistolario con lo scrittore calabrese Giovanni De Nava, cui nel 2015, Ludovica De Nava ha dedicato una biografia deleddiana romanzata intitolato La quercia e la rosa. Storia di un amore importante di Grazia Deledda. E proprio i suoi amori rappresentano una vicenda importante della sua biografia, fino al suo matrimonio nel 1900 con Pietro Madesani che fece molto parlare, perché in controtendenza con i suoi tempi, perché per trasferirsi a Roma e diventare l' agente letterario della moglie, il Madesani si licenziò dal proprio impiego statale. L'assegnazione del Nobel arrivata a Grazia Deledda nel 1926 produsse una vivace contrapposizione fra la Scrittrice sarda ed il Regime di Mussolini. 
Ad attirare l'attenzione del Duce verso la Deledda erano stati i temi che questa affrontava che erano quelli della descrizione dell' antica e magica Sardegna. Dopo averle donato una propria foto in una cornice d'argento con la dedica "a Grazia Deledda con profonda ammirazione", il Duce le chiese se poteva fare qualcosa per lei. L'unica richiesta della Deledda fu la clemenza per il proprietario della sua casa natale di Nuoro, Elias Sanna che era al cofino, ma la Deledda poteva garantire che si trattava di persona onesta sotto tutti i punti di vista. Appena congedata da Mussolini, Grazia Deledda fu avvicinata da un funzionario che le chiese cosa volesse fare per il Fascismo ed essa rispose sibillinamente "l'arte non conosce politica". 
Più noto il rapporto conflittuale fra Grazia Deledda e Luigi Pirandello. Al di là delle antipatie fra i due Scrittori del Meridione italiano, fece molto parlare nel 1911 il romanzo Suo Marito. Nel romanzo si descriveva la vicenda di Giustino Boggiolo, impiegato di modesta cultura che aveva spostato la giovane scrittrice Silvia Roncella e, dopo che questa era diventa famosa, rivelò uno straordinario fiuto negli affari, prendendo per la moglie i contatti con gli editori, i critici, i giornalisti, i traduttori e il pubblico. Questa frenetica attività aveva, però , esposto Giustino ai lazzi dei colleghi, che lo chiamavano Roncello, facendogli addirittura trovare biglietti da visita intestati a Giustino Roncella nato Boggiolo. Silvia, che nel romanzo era sua moglie, subendo tale situazione, si separa dal marito, cedendo al corteggiamento di un maturo scrittore e il romanzo termina nel dramma interiore di entrambi, chiusi in una tristezza esistenziale. La reazione deleddiana al romanzo Pirandello fu furente, tanto che riuscì ad impedire la ristampa del romanzo pirandelliano che sarebbe stato ripubblicato, postumo ed incompiuto solo nel 1941. La saggista Rossana Dedola, nel suo saggio Grazia Deledda: i luoghi, gli amori ritiene che l'astio di Pirandello verso la Deledda potrebbe essere collegato per la gelosia di Pirandello per il rapporto fra i due sposi sardi. Pirandello, infatti, si sentiva intrappolato nel proprio matrimonio con Antonietta Portulano. Tra i due, infatti, non c'era una grande comunicazione tanto che pare che Pirandello parlasse a malapena con Antonietta non ritenendola in grado di comprendere nè i problemi legati alla sua attività di scrittore nè quelli legati al suo lavoro di insegnante di linguistica presso l’Istituto Superiore di Magistero. Col tempo, Antonietta sarebbe addirittura impazzita, fino ad essere internata nel 1919.
Francesco Rizza 

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